“Com’era? Ero actual”

by • 01/04/2012 • ArticoliComments (0)266

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«Non è mai il rap a peggiorare o a perdere il contatto con la realtà, sei tu che invecchi» è l’assunto da cui parte Bucknasty per descrivere, nell’edizione online di Studio, l’attuale tendenza al “fashion rap” e come questa sia ormai predominante rispetto a quelli che sono considerati i canoni classici del genere — musicalmente, contenutisticamente ed esteticamente. Ora: a prescindere dalla fondatezza dell’assunto in sè, bisogna ammettere che le osservazioni che lo seguono risultano piuttosto precise. Eppure c’è qualcosa che non mi torna.

Per chiarire la mia posizione parto a mia volta da un assunto: il rap è il genere musicale che ha riscosso più successo dalla fine degli anni ’60 ad oggi e, in aggiunta ad una sorta di costanza nel riscuoterlo (parliamo di almeno 15 anni di dominio delle classifiche di Billboard), è anche quello che ha esercitato tante influenze quante ne ha subite. Eppure non si è mai snaturato in termini musicali, non si è mai diluito fino al punto da non essere più riconoscibile, ed in più è costantemente messo sotto pubblico scrutinio da milioni di persone le cui voci spesso sovrastano per quantità e rilevanza quelle della stampa specializzata, che oramai ne è anzi vieppiù influenzata.

Detto questo, però, l’altra sua peculiarità consiste purtroppo nel soffrire di una sorta di sindrome di Peter Pan. Vale a dire che gli aficionados (o perlomeno la maggioranza di essi) continuano a vederlo come un genere monolitico, in cui vi sono sì delle differenze musicali e relativi sottogeneri, ma alla fine rispondono alle stesse regole valide per tutti. Come se fossimo nel 1990. Non tengono conto del fatto che il rap ormai ha sfondato la barriera dei 30 anni di vita, che si è ramificato stilisticamente e geograficamente e, soprattutto, anche anagraficamente (riesce cioè a coprire la distanza che va dai 15 ai 40 anni in termini di maturità).
Si tratta insomma di un’offerta enorme per un pubblico potenzialmente altrettanto vasto, e che risponde a gusti ed esigenze diverse, dove si muovono Soulja Boy come Ice Cube, Immortal Technique come Nicki Minaj, e via dicendo. La bravura nel rappare — facilmente definibile considerando come conclamata la sacra trinità dei migliori MC di sempre (Rakim, KRS One e Kool G Rap) — ovviamente non sempre serve: banalmente, se uno fa musica per appoggiarlo alle tipe, non avrà certamente bisogno di rime polisillabiche, no?
Eppure è curioso notare come siano proprio quelli che fanno questo sottogenere musicale a cercare una sorta di legittimazione, arrabbiandosi pure se gliela si nega; non stupisce, di conseguenza, che i loro uffici stampa seguano quest’impostazione cercando di convincere il pubblico di riferimento che il «loro» artista possiede qualità liriche di prima categoria (oltre a tante altre cose, of course). Nel 99% si tratta ovviamente di cazzatone col botto facilmente verificabili con un semplice ascolto, ma con l’allargamento del mercato non tutti possiedono questa capacità di discernimento e, magari nemmeno gli interessa.

Ma tant’è, a ciascuno il suo: finchè non si cerca di confondere abilità nel marketing con legittimazione artistica, fermi restando quei pochi casi che posseggono entrambi, io non ho problemi.

Non ho problemi principalmente perchè sono invecchiato. Ho 31 anni, e se da un lato non ho più la voglia di infuocarmi su discussioni di natura musicale perchè no, dall’altro ho potuto constatare di persona la quantità di fuffa prodotta nei quindici anni e passa che seguo questa cultura; pertanto, non è che mi senta in dovere di prestare più che tanta attenzione di fronte alle novità del momento.
In fondo, la fuffa del passato, a fronte di una o due hit stagionali con relativa sovraesposizione mediatica, è finita nel dimenticatoio. Perchè oggi dovrebbe essere diverso?
In altre parole, sono estremamente scettico ogni qualvolta leggo di una supposta “next big thing” le cui fondamenta per durare nel tempo sono a dir poco friabili, esattamente come lo erano nel passato per i vari Chingy, Sporty Thievz o i Wreckx-N-Effect. Ormai, quando sento troppo entusiasmo in un arco di tempo ristretto, e magari per motivi che poco hanno a che fare con la musica e anzi giocano di rimandano con cose considerate attualmente fighe, già sento puzza di bruciato.

Per dirne una: la Odd Future ha fatto il botto mediatico dopo un’apparizione al Jimmy Fallon Late Night Show. Nella costante ansia di voler trovare nuovi fenomeni capaci, da soli e in pochi momenti, di destare scalpore, in molti si sono spinti a celebrarne la musica e, soprattutto, l’immagine: giovani, ribelli, politicamente scorretti (in un paese dove “socialista” è considerato un insulto, è tutto dire, ma glissons) e hipster. Tuttavia, dopo l’uscita del primo album di Tyler per un’etichetta, l’hype attorno al collettivo è calato bruscamente, eccezion fatta per il buon Frank Ocean, che casualmente è quello che meno marcia sul «fattore wow» sottolineato dal 99% dei loro corifei.
Bene: questo calo di popolarità sarà dovuto al fatto che il loro immaginario non brilla per originalità e la loro musica è più monotona del previsto, oppure è anche e soprattutto perchè fanno riferimento perlopiù a gente la ci capacità di attenzione e concentrazione raramente si spinge oltre i 30 giorni? Difficile dirlo con certezza, per ora.
Tuttavia, loro hanno quantomeno usato la cortesia di produrre della musica, e sai mai che ad un certo punto rinuncino ai gimmicks e riescano ad andare oltre i personaggi che si sono creati.

Prendiamo piuttosto Azealia Banks, che confermo essere celebrata appunto da stilisti e fashion blogger: il massimo che si possa dire di lei è che la sua popolarità è inversamente proporzionale alla quantità di materiale prodotto. Ecco: nel suo caso mi viene da pensare ai milioni di one-hit-wonders avuti in passato, che le teste d’uovo dell’epoca reputavano “freschi” o addirittura “rivoluzionari” per il semplice fatto che il loro responsabile marketing diceva che era così perchè sì.
Ovviamente poi sono spariti nel nulla —e col senno di poi ce ne si può solo rallegrare— e siccome in maggioranza erano sprovvisti di un background musicale decente, esattamente come lo sono le Azealie Banks di questa terra, cosa dovrebbe spingermi a considerare queste ultime più di quello che sono? O, per essere più precisi, più di quello che finora hanno dimostrato di essere?
Partendo dal presupposto che a uno non gliene dovrebbe frega’ de meno di quello che pensano il Sartorialist o la Wintour [*] della musica, l’espressione inglese «show & prove» riassume alla perfezione l’atteggiamento più sano che secondo me si dovrebbe mantenere in questi casi.

Discorso lievemente diverso invece per A$ap Rocky: un po’ perchè il successo è venuto come conseguenza dell’apprezzamento del suo mixtape, e un po’ perchè la sua musica riaggiorna le robe trill che nessuno negli ultimi 5/6 anni aveva più osato fare al di fuori di Houston. Complici una serie di produttori dalle idee chiare (Clams Casino su tutti), LiveLoveA$ap è infatti un disco curato e ben pensato, ma privo di magheggi esterni alla musica pura e semplice. Lui è cool perchè lo dimostrano le sue azioni, non perchè lo sono le discussioni che ne derivano.
Certo, per ora, da qui a vedere in lui un artista capace di durare nel tempo ce ne passa, però resta il fatto che la sua carriera se la sta costruendo in maniera tradizionale, “limitandosi” ad approfittare del plauso che ha ricevuto anche in ambienti esterni a quello di provenienza. Una differenza di non poco conto.
Passi analoghi li stanno muovendo gente come i Black Hippy o Big K.R.I.T.: pur nascendo nell’alveo più puramente hip hop, i loro dischi riescono ad imporsi su masse sempre più vaste grazie alla qualità e allo spessore artistico che esprimono; e poco importa che la blogosfera ci abbia messo il triplo del tempo per scoprirli, o che Karl Lagerfeld non chiami Kendrick Lamar a cantare ad un suo party: non dipendono unicamente dalla capacità di essere “in” al momento perchè non è quella la loro priorità.

Tutte queste sono banalità che in altri generi letteralmente più maturi non tocca sentire. Per chi ascolta jazz è assolutamente scontato il fatto che Kenny G è una mezzasega, così come chi si sollazza coi Joy Division non potrà mai prendere troppo sul serio gli Editors, e via di esempio in esempio. Non c’è discussione.
Solo nel rap capita invece di confrontarsi con gente che magari arriva ad affermare cretinate come “La OFWGKTA ricorda il Wu Tang con un pizzico di Black Flag”, o altri che che sostengono l’assioma in base a cui ad una maggiore diffusione musicale corrisponde una maggiore qualità.
Solo nel rap, insomma, sembra che ci si debba vergognare di fare o ascoltare, appunto, rap puro e semplice. E solo nel rap, col suo costante ed ormai obsoleto «nuovismo», si finisce con lo spingere acriticamente chiunque purchè sia considerato attuale. E solo nel rap — giuro, mi è capitato poche sere addietro discutendo con una figura attiva della scena italiana — a fronte di osservazioni banalissime come queste mi son sentito dare del retrogrado. Pare, insomma, che la semplice veridicità dell’affermazione per cui oggi non serve più fare dischi per avere successo ne comporti l’accettazione. Mah.

O tempora, o mores!

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