Drop It Heavy: Big Punisher 10/11/1971 – 07/02/2000

by • 07/02/2012 • Articoli, MultimediaComments (4)199

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«The spot I blew it since an early age/ever since the curly braids I would earn the wage with the 30 gauge.»

Autunno 1995: nello stesso anno in cui escono capolavori come The Infamous, Only Built 4 Cuban Linx e Liquid Swords, non stupisce che un disco solamente “bello” com’era Jealous One’s Envy di Fat Joe fatichi a trovare uno spazio nelle classifiche di Billboard. Fortunatamente, siamo in un’epoca in cui aggiudicarsi un disco di platino non è la conditio sine qua non per ottenere l’attenzione dei media; e così il secondo album dell’MC portoricano nato nel Bronx riesce comunque a entrare negli stereo di decine di migliaia di aficionados, tra cui il mio.
È lì, alla traccia numero 11, che per la prima volta sento la voce di Christopher Rios, alias Big Punisher.
Va detto che Watch Out non è uno dei punti salienti di Jealous One’s Envy: un beat abbastanza anonimo di Diamond D e due MC ancora acerbi (Armageddon e il futuro Carneade Keith Nut) annacquano una strofa che solo col senno di poi sarebbe potuta entrare nella storia.
Poco tempo dopo, però, sul primo volume di 60 Minutes of Funk di Funkmaster Flex, le cose cominciano a cambiare. In un freestyle registrato sul beat di Ice Cream, mentre Joe ricicla una delle strofe di Shit Is Real, un certo «Punisher» (non ancora Big) sminuzza la produzione di RZA verso per verso, parola per parola, sillaba per sillaba.
Per incredibile che possa sembrare, schiacciate tra il fantastico blend di Shook Ones Pt.II e Wu Tang Clan Ain’t Nothing to Fuck With e posse cuts con Raekwon e Tragedy, poche barre di uno sconosciuto riescono a mettere le prime “orecchie” sul Grande Libro dell’hip hop alla voce «Big Punisher».

«I’m all about business and enterprisin’, advisin’/Financial advisors on franchisin’ and widening they horizons.»

Ma è solo nei primi mesi del ‘96, con l’uscita del singolo Envy b/w Firewater, che Pun riesce a farsi notare in tutta la sua grandezza. E inaugura quella che sarebbe divenuta una consuetudine:la sua strofa su quella posse cut eclissa quelle dei colleghi, dando la paga, nell’ordine, ad Armageddon, poi a Fat Joe e infine al Raekwon dell’era Cuban Linx, ovvero colui che all’epoca viene considerato il più talentuoso del collettivo di Staten Island.
Fatte le dovute proporzioni, si può paragonare Firewater a The Symphony: così come otto anni prima Kool G Rap inaugurò il suo posto nella storia umiliando Big Daddy Kane, altrettanto fa Big Pun con Rae.

Ma le similitudini non si fermano qui: G Rap è la fonte d’ispirazione più palese per Rios, essendo lui il precursore delle rime multisillabiche, cioè quella forma di scrittura che prevede un intersecarsi di rime continuo, anche all’interno del singolo verso anziché esclusivamente alla fine.
Pun non si limita a ricalcare le orme del maestro, ma anzi porta agli estremi il suo stile, rifinendolo nelle sfumature e giocando con la cadenza delle parole ben più di quanto chiunque avesse fatto fino ad allora. Il risultato non si limita quindi a un flow preciso e incessante, ma si caratterizza per uno scorrere delle parole melodico, elastico, capace di cambiare più volte nella stessa strofa, risultando nel complesso più orecchiabile e variegato pur preservando l’arabesco di sillabe che lo caratterizza.

Questa cifra stilistica distingue ogni sua apparizione nei due anni che separano Firewater dall’esordio solista: sia che compaia su pezzi da club come la storica Off the Books coi Beatnuts e Cuban Link (il debutto mainstream di Pun), sia che si dedichi anima e corpo all’hardcore con canzoni come You Ain’t a Killer, il Nostro è chiaramente un MC che rispetta e onora il valore del liricismo.
Ma, a differenza di parecchi suoi colleghi, questa dedizione non è mai fine a se stessa, men che meno suddita dell’ortodossia: al contrario, buona parte del talento di Rios consiste nel saperla applicare in mille sfumature, senza snaturarla ma adattandola di volta in volta al mood della canzone.

«Cause everybody’s checking for Pun second to none/’Cause Latins going platinum was destined to come.»

Quando nell’aprile ‘98 la Loud dà alle stampe il disco d’esordio di Pun, la sua capacità di unire mainstream e underground senza sacrificare nulla sull’altare della commerciabilità più becera si fa chiara una volta per tutte. Capital Punishment copre infatti tutti gli ambiti del rap coevo, da un lato regalando ai club canzoni come Still Not a Player, e dall’altro inserendosi di prepotenza nei walkman con pezzi come The Dream Shatterer. La versatilità dell’MC portoricano si fa notare a tal punto che in molti vedono in lui un novello B.I.G., al quale lo accomuna non solo una stazza imponente ma anche e soprattutto un appeal universale.
Non è quindi un caso che Pun riesca a vendere oltre un milione di copie in pochi mesi, stabilendo così un record: quello di essere il primo artista hip hop di origini latine a guadagnarsi un disco di platino.
Ma, al di là delle cifre impressionanti, ciò che conta è la valenza culturale di questo successo.

Infatti, benché nell’hip hop la presenza dei latinos sia documentabile fin dagli esordi (per esempio Prince Whipper Whip dei Fantastic 5, LEE o Crazy Legs, giusto per citare i più noti), questa raramente era riconosciuta come rilevante. Tutt’al più passava come una nota di colore, oppure restava confinata alle comunità d’origine, come nel caso di vari artisti californiani quali Mellow Man Ace o Kid Frost.
Nel caso di Pun, il quale peraltro sbandiera con orgoglio le proprie origini, la storia invece cambia: avere discendenze centro-sudamericane non è più considerato un handicap, un qualcosa da nascondere o ignorare se si vuole avere successo. Al contrario, è un elemento unico, una particolarità che dona un sapore più speziato a una ricetta fino ad allora preparata seguendo esclusivamente i dettami della cultura afroamericana.
L’approccio funziona: dopo Capital Punishment gli ascoltatori – a torto o a ragione – cominciano a cercare espressamente artisti dotati di quel background culturale, senza più rigettare chi si esprime in spanglish ma anzi apprezzando, affascinati, quelli che fino a pochi mesi prima erano visti come i “cugini poveri” della cultura hip hop.

Del resto, dopo un disco come quello, nemmeno il più fanatico razzista può far finta di nulla: come si potrebbe, infatti, sorvolare sulla già citata tecnica di Rios dopo aver ascoltato l’introduttiva Beware o, di nuovo, The Dream Shatterer? Già da sole, queste due canzoni contengono rime e metafore a sufficienza per un EP.
Ma non basta: sparse per le 22 tracce che compongono il disco si possono trovare altre perle come Super Lyrical con Black Thought, I’m Not a Player e il suo sample degli O’Jays, o la spettacolare collabo con Prodigy e Inspectah Deck, Tres Leches – a mio avviso il pezzo complessivamente più potente dell’intero album. Persino le canzoni meno incisive – Fast Money o la sottovalutata Boomerang col grandioso campione di Le Bracelet – sapranno reggere la prova del tempo, ancora capaci di competere con le produzioni più recenti.
Non bastasse, il Nostro decide di cimentarsi in una cover ( adoggi un terreno minato nell’hip hop) della fondamentale Deep Cover di Dre & Snoop: ossia Twinz (Deep Cover ’98), resa celebre dallo scioglilingua che Pun inserisce in chiusura della prima strofa. Scritta e interpretata in collaborazione con l’amico/mentore Fat Joe, Twinz riesce a omaggiare e a superare in bellezza l’originale. Voci di corridoio sosterranno che perfino gli autori dell’originale la considerassero migliore della loro.: un’ammissione emblematica della potenza del pezzo in questione e che, se attendibile, rappresenta praticamente un unicum nel mondo dell’hip hop.

«Hah, you ain’t got no wins in my casa/ Que te pasa, you ain’t even in my clasa.»

I mesi successivi all’uscita del disco vedono Punisher proseguire lungo la strada della polivalenza artistica: non si fa in tempo ad ascoltarlo in un pezzo con Jennifer Lopez che riappare a fianco di Showbiz & AG. Si può anche storcere il naso per le collabo coi Next, ma è doveroso raddrizzarlo dopo le apparizioni su oscure white label di Cormega e un’altra delle sue strofe capaci di rubare la scena a chicchessia (vedi alla voce Banned from TV e, soprattutto, John Blaze).
Alcune malelingue insinuano addirittura che il notevole balzo in avanti nell’emceeing di Fat Joe, lampante se si paragona il suo Don Cartagena alle opere precedenti, sia dovuto in larga parte al ghostwriting di Pun. Difficile da dimostrare, ma è pur vero che senza la sua presenza il parzialmente deludente album della Terror Squad sarebbe stato condannato all’eterno oblio. Certo, non mantiene le implicite promesse di potenziale capolavoro, ma riesce comunque a colpire nel segno in più di un’occasione: l’eccezionale singolo Whatcha Gon Do diverrà giustamente una presenza fissa nelle raccolte dedicate al boricua del Bronx, ma anche la melancolica In for Life o l’unione tra David Axelrod e Buju Banton, Rudeboy Salute, si guadagnano il plauso dei critici.

Nel frattempo, cominciano a circolare le consuete voci sulla condotta privata di Rios: e nemmeno tanto circa il consueto pedigree penale tipico dei rapper (armi, droga e via dicendo), bensì riguardo a questioni inerenti il suo stato di salute, prevedibilmente guastato dalla stazza monstre del Nostro e ulteriormente aggravato da una dieta a dir poco ipercalorica. Svenimenti, problemi respiratori e cardiaci cominciano a fare capolino nella rassegna stampa di Pun, il quale nell’estate del ‘99 decide di sottoporsi a una dieta per perdere almeno qualcuno dei 131 chili che in meno di due anni erano andati ad aggiungersi ai circa 181 che pesava nella primavera del 1998. Tuttavia, come spesso accade, non solo la cura non ottiene l’effetto desiderato, ma il suo fallimento non fa altro che spingerlo sempre di più verso il cibo.

Al momento della morte, che avviene il 7 febbraio 2000 a causa di un collasso cardiaco, Big Punisher pesa 317 chili.

«I am THE nicest.»

Yeeeah Baby vede la luce nell’aprile dello stesso anno e, sull’onda emotiva del decesso del Nostro, riceve recensioni perlopiù positive sconfinanti nell’inevitabile esagerazione. Cosa ntendo con “esagerazioni”? Intendo che, pur contenendo alcune canzoni degne di nota come Leatherface, New York Giants con gli M.O.P., o la fin troppo breve Nigga Shit, a distanza di anni si può dire che l’album presenta più zone d’ombra che di luce.
Ciò può essere attribuito senz’altro all’impossibilità di supervisione finale del lavoro da parte dell’autore, ma più che altro emerge una preponderanza di suoni eccessivamente club-friendly (con svariate produzioni degli allora semisconosciuti Just Blaze e Knobody), abbinata a performance vocali talvolta lacunose, imputabili a problemi di controllo della respirazione – ed è qui che si può notare quanto il peso influisse attivamente sulla salute di Pun -, oppure a dei copia&incolla delle parti vocali in fase di post produzione, magari su beat diversi da quelli usati per scrivere il testo (Watch Those ne è un esempio).
Non a caso, pur raggiungendo anch’esso il traguardo del milione di copie vendute, Yeeeah Baby non occupa certo la stessa posizione che la storia ha negli anni riservato a Capital Punishment. Il che, a posteriori, è cosa buona e giusta.

Sicché, coloro che dopo il disco d’esordio continuano a sentirsi orfani del primo Big Punisher, solo nel 2001 potranno trovare un’alternativa decisamente migliore: la omaggio postumo intitolato Endangered Species. Per una volta tanto, si tratta un greatest hits compilato con criterio, che annovera sia le maggiori hit commerciali del Nostro, sia i pezzi hardcore più significativi della sua breve carriera. Inoltre, l’album è impreziosito da remix di qualità e inediti altrettanto degni di menzione, presentando smagliature minime (come il medley di alcune delle sue migliori strofe da ospite, che avrebbero meritato maggior spazio).
Si può quindi ascoltare Still Not a Player o un remix di Livin’ la Vida Loca e passare in un niente a Firewater o You Ain’t a Killer, chiudendo poi con qualche inedito, tipo la posse cut da 90 con B-Real, Fat Joe e Kool G Rap, Wishful Thinking, o il singolo Brave in the Heart, in cui Pun, accompagnato della Terror Squad, distrugge un sample di Barry White e con una sola strofa ci ricorda di quanto talento disponesse.

Dal 2001 a oggi sono usciti diversi mixtape e raccolte più o meno ufficiali che raccolgono grossomodo tutto il materiale inciso da Christopher Rios nella sua breve carriera; dovendo scegliere, consiglio – banalmente – tutto il materiale messo insieme da J-Love.
Nel frattempo, la Terror Squad ha cambiato più volte la line up originale e ha visto alcuni degli ex membri esprimere più d’una semplice critica a Fat Joe, che a loro dire avrebbe intascato le royalties dei dischi di Pun senza passare mezza lira alla vedova (la quale dovette vendere il medaglione del marito in una leggendaria asta su Ebay). In particolar modo è Cuban Link la vera nemesi di Joe, ma se volete saperne qualcosa di più, al di là di Google non posso che suggerire l’ascolto di Letter to Pun.

Venendo ora all’eredità artistica lasciata dal Nostro, ci sarebbe parecchio da dire. Dell’importanza sociale per la comunità ispano-americana ho già scritto e, considerato il fatto che non posso ovviamente comprendere appieno la portata “psicologica” del successo di Pun, preferisco semplicemente ribadire quanto detto dai diretti interessati senza aggiungervi inutili speculazioni.

Da una prospettiva più “storica”, invece, trovo che Pun sia stato l’ultimo esordiente in grado di unire rispettabilità artistica “vecchia maniera” a successo commerciale. Benché negli anni successivi non sarebbero mancati dischi di qualità capaci di sfondare il tetto del milione di copie vendute, Capital Punishment è stato il canto del cigno della cosiddetta seconda Golden Era: uscito per un’etichetta indie, la Loud (solo la distribuzione era affidata alla RCA), rispecchiava la libertà creativa dell’autore in tutto e per tutto.
Contestualmente, lo stesso autore si rivolgeva principalmente all’audience “storica” del genere, per cui non temeva certo di spingere troppo sulla complessità lirica, così come d’altro canto nemmeno vi si lasciava ingabbiare solo per dimostrare di essere “vero”. E difatti non si faceva problemi a fare pezzi con Ricky Martin o Jennifer Lopez di lunedì per poi entrare nei D&D Studios il martedì, dove trovava un qualche membro della D.I.T.C. ad attenderlo sopra un beat di Showbiz o Buckwild.
Dalla sua morte a oggi il mercato è però cambiato profondamente, e non stupisce che sia impossibile trovare un erede di Big Punisher. Non solo perché talenti simili sono rari, ma anche perché nemmeno lo stesso Pun potrebbe muoversi allo stesso modo di quindici anni fa: resterebbe nell’underground, senza via d’uscita se non quella di diluire il proprio stile per venire incontro ai gusti di un pubblico decisamente meno esigente (e competente) di quello degli anni Novanta.

Forse, ciò che è più triste notare è come nessuno sia riuscito nemmeno lontanamente ad avvicinarsi al carisma e al talento di Christopher Rios. Termanology, tanto per citare quello che più smaccatamente suca lo stile del Nostro, al suo confronto impallidisce. Non parliamo poi di Joell Ortiz, che dopo un esordio promettente si è perso in tecnicismi fini a se stessi che interessano giusto a lui e ai suoi amici.
Meglio allora metterci una pietra sopra: l’importante è che oggigiorno qualsiasi MC di origini ispano-americane riconosce l’importanza di Pun, così come la schiacciante maggioranza di chi mastica una minima di rap non ha esitazioni nel collocarlo nell’Olimpo dei migliori liricisti di sempre.
Un riconoscimento dovuto? Senz’altro, ma certamente non scontato.

Audio

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Video

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Big Pun Live

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